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IL COMPORTAMENTO CRIMINALE: evoluzione e mantenimento

     

     La devianza si delinea come una complessa interazione di fattori di rischio genetici e fisiologici, con variabili demografiche e microambientali che predispongono un certo numero di persone al comportamento antisociale cronico.
Secondo la teoria evolutiva lo sviluppo è frutto di una strategia di vita in risposta alle indicazioni storico ambientali. In quest’ottica il risultato dell’interazione fra genotipo e ambiente produrrà infinite strategie di adattamento che si svilupperanno in funzione di alcuni fattori di rischio. Prendendo spunto dalle osservazioni di Monahan descriverò una serie di variabili che fungeranno da griglia di lettura nello studio e nella valutazione della devianza.

     Variabili disposizionali
     Fattori neurofisiologici. Nonostante la neurofisiologia abbia evidenziato la possibilità che traumi cerebrali, alterazioni ormonali e malfunzionamento di alcuni neurotrasmettitori possano predisporre alcuni soggetti a comportamenti violenti, privi di scrupoli, orientati alla ricerca di sensazioni forti, attualmente l’elemento neurofisiologico è considerato un modesto predittore di antisocialità. I maggiori contributi nell’ambito delle variabili disposizionali provengono dallo studio delle variabili individuali, in particolare dagli studi sul temperamento. Con questo termine si intendono tratti di personalità per lo più costituzionali, che appaiono nella prima infanzia e si mantengono costanti nel tempo.
     Il New York Constitutional Study identifica nove dimensioni di temperamento, quattro delle quali stabili e geneticamente determinate: livello di attività, socialità, impulsività, emotività. Questi tratti, se presenti a livelli elevati, contribuiscono a determinare comportamenti aggressivi e antisociali.. In questa prospettiva vedremo come una “disposizione” individuale (l’iperattività infantile, ad esempio, che è un elemento frequente nei soggetti antisociali) può divenire elemento “disturbante“ nelle pratiche educative e di gestione della famiglia, la quale reagendo in maniera inadeguata, punitiva, violenta, anaffettiva (per difficoltà reali poste dal bambino o per inettitudine) instaurerà le basi del disagio che si ripercuoterà sui processi di socializzazione. Tutto ciò contribuirà alla stigmatizzazione o all’etichettamento del bambino come “ difficile.”
     La regolazione emozionale è un altro fattore chiave che può influenzare lo sviluppo in senso deviante. Con questo termine s’intende la capacità del bambino di inibire comportamenti inappropriati legati ad affetti molto intensi; di controllare l’eccitazione fisiologica indotta da intense emozioni; di concentrare la propria attenzione; di programmarsi per un’azione coordinata orientata al raggiungimento di una meta esterna. Questi schemi emozionali andranno a combinarsi con quelli delle persone che interagiscono col bambino. Applicando alla condizione antisociale i quattro fattori definiti da Emde “motivazioni di base”, vedremo come, se presenti in maniera alterata, queste tendenze innate e adattive possono orientare lo sviluppo in senso deviante. L’attività che fornisce lo stimolo all’esplorazione, alla motivazione, alla padronanza. è presente nel criminale ad un livello superiore alla norma, perciò lo stimolo verso l’esplorazione e la ricerca di sensazioni dovrà essere più intenso ed eccitante conducendo il soggetto ad impegnarsi in comportamenti rischiosi quali attività illegali, gioco d’azzardo, truffe, abuso di droghe.
     L’autoregolazione, già espressa come regolazione emozionale; si manifesta in questi soggetti come un deficit nella capacità di trattenere gli impulsi che comporta una facilità a perdere il controllo e ad avere comportamenti irriflessivi, acting out violenti.
     Altra “motivazione di base” fondamentale è la predisposizione alla socializzazione cioé la tendenza innata del bambino alla reciprocità, al rapporto (aumento dell’attenzione vigile alla voce ed al viso umano, partecipazione al contatto di sguardi, imitazione). E’ importante sottolineare la natura diadica del sistema all’interno del quale anche l’adulto attiva dei meccanismi innati di rapporto (uso del linguaggio infantile). Quando questa sincronia e reciprocità manca per ragioni costituzionali o contestuali, il bambino si chiude in se stesso e perde la capacità di entrare in contatto (nella vita di soggetti antisociali spesso la situazione familiare è precaria).
     L’ultimo fattore è il monitoraggio affettivo che spinge il bambino a controllare l’esperienza in base alle dimensioni piacere/dispiacere in funzione della figura primaria. Il bambino monitorizza affettivamente gli altri affinché fungano da guida al suo comportamento. Quando l’adulto è incostante, violento, egli struttura un senso di insicurezza e sfiducia nel prossimo ed in seguito tenderà ad interpretare il comportamento altrui come minaccioso ed ostile. Le “motivazioni di base” sono parte del processo evolutivo e, benché innate, vanno esercitate nel contesto del rapporto bambino-caregiver. Le emozioni positive sembrano più vulnerabili alle variazioni dell’esperienza rispetto alle negative e più di queste devono essere esercitate. Ciò pone in evidenza ancora una volta l’importanza del sistema familiare e dell’ambiente circostante.

     Variabili storico-biografiche
     Le esperienze passate influenzano in maniera determinante la vita del soggetto. L’incapacità dell’antisociale nel mantenere relazioni intime sembra dipendere dall’impossibilità di identificarsi con i genitori e di sperimentare la reciprocità affettiva. Abbiamo già osservato che una condotta genitoriale violenta, potrebbe spingere il bambino ad interpretare atteggiamenti neutrali o amichevoli come ostili e minacciosi ed a rispondere in modo inappropriato e aggressivo. Così come potrebbe indurre il soggetto a sviluppare modalità di adattamento funzionali al superamento del trauma ma compromettenti le future abilità sociali. Il bambino abusato può manifestare problemi comportamentali o una forte impulsività che saranno fonte di difficoltà in ambiente scolastico e lavorativo.
Frequenti storie di violenza familiare, abusi, istituzionalizzazioni nella vita di questi soggetti hanno contribuito ad indirizzarne lo sviluppo verso modalità comportamentali impulsive, disadattive, sfruttanti.
     La violenza familiare è un fattore predisponente di grande importanza in quanto oltre a rendere accettabile il comportamento aggressivo, può desensibilizzare il bambino rendendolo indifferente all’idea del dolore o all’anticipazione di esperienze ansiogene, ciò lo renderà immune alle normali modalità educative che si basano sul meccanismo di condizionamento tramite punizione/ricompensa, sarà inoltre meno responsivo fisicamente ed emozionalmente alle richieste ed alle necessità altrui, tendente all’indifferenza, alla freddezza, all’assenza di rimorso. Questa condizione di insensibilità, porterà il bambino a necessitare di una stimolazione esterna più alta per potersi attivare. In condizioni normali, il modellamento delle emozioni all’interno del rapporto con le figure di riferimento permette il consolidamento nel bambino di un “nucleo affettivo del sé”, in questo modo egli apprende le regole come aspetto condiviso dell’esperienza di accudimento. Tali esperienze introducono alla reciprocità sociale, il nucleo di tutti i sistemi morali, una sorta di “non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te”. In tal caso potremmo domandarci gettando uno sguardo sulla storia di vita del soggetto antisociale…e se gli altri facessero qualcosa di male?
     Riguardo al bambino abusato, Montecchi afferma che il successivo sviluppo della patologia dipenderà, fra l’altro, dall’attività delle difese (rimozione, negazione, normalizzazione del comportamento subito, di stanziamento affettivo…) le quali attuate rigidamente, diminuiscono l’angoscia del trauma e la depressione per la carenza di garanzie affettive determinando un impoverimento generalizzato, la patologia ed una catena di violenza che può ripetersi in età adulta.      Riguardo alle esperienze di vita, West & Farrington hanno esaminato un campione di 411 bambini di otto anni appartenenti alla working-class londinese rilevando che i fattori di rischio associati alla personalità antisociale all’età di 10 anni risultano essere: insufficiente supervisione da parte dei genitori, basso reddito familiare, basso profitto scolastico, severità, incoerenza, negligenza parentale, assenza del padre, famiglie numerose, alti livelli di neuroticismo. Il bambino difficile può suscitare nell’ambito scolastico una serie di risposte che contribuiranno ad esacerbare il comportamento già presente. All’età di 11 anni si riscontra un comportamento scolastico delinquenziale; a 14 risultano essere buoni predittori di una evoluzione antisociale: l’allontanamento dalla famiglia, un basso QI nell’area non verbale, poche amicizie, bassa partecipazione alle attività scolastiche.
     Il comportamento deviante raggiunge dei picchi con l’accesso alla scuola superiore; in questo periodo, la maggiore libertà e la maggiore quantità di tempo non supervisionato da spendere fuori casa rafforzano il rapporto col gruppo deviante e permettono la sperimentazione di comportamenti a rischio. A 18 anni, in aggiunta, si ritengono buoni indicatori; la carcerazione, la disoccupazione e l’ignoranza del genitore. Questa ricerca risulta essere molto attendibile per la varietà delle modalità di raccolta dati, per il fatto che il 94% di questi soggetti ha collaborato fino all’età di 33 anni ed infine per l’utilizzo di molteplici fonti di informazione. I predittori della carcerazione si riassumono in cinque categorie: basso livello socio-economico, basso livello di parenting, comportamenti delinquenziali fra i componenti della famiglia, fallimento scolastico, impulsività e comportamento antisociale infantile. A conclusione si potrebbe affermare che una disciplina coerente ed affettuosa, la possibilità di seguire il bambino, l’utilizzo di corrette modalità di problem solving, costituiscono fattori fortemente protettivi.

     Variabili contestuali
     Il contesto definisce forma e funzione del comportamento antisociale e può potenzialmente amplificarne le caratteristiche. E’ importante ricordare che l’impatto del contesto sul bambino è mediato dalla pratica parentale; nonostante elevati livelli di stress, se il genitore mantiene la disciplina coerente ed intatta, il contesto negativo avrà un impatto più moderato sullo sviluppo.
     Nel “meccanismo educativo” la mancanza di rapporto e supporto genitoriale diminuisce il valore della punizione e con esso la paura di perdere l’amore e la stima familiare. Ciò che è importante non è la punizione in sé, ma l’interpretazione che le viene data dal bambino, il quale può ritenerla giustificata dal suo cattivo comportamento o viverla come dimostrazione della modalità genitoriale di risolvere i problemi (in questo caso si instaurerà un modello negativo).
     Alcuni ambienti possiedono determinati fattori di rischio, nel caso del comportamento antisociale Sampson & Lamb ne individuano tre: povertà, stigmatizzazione e isolamento, devianza (norme culturali).
     Considerando il disturbo antisociale come strategia di adattamento, il fattore chiave è l’essere competitivamente svantaggiato nell’accesso alle opportunità ed alle risorse. Il comportamento criminale risulta correlato a fattori quali: status socio-economico basso, famiglia numerosa, residenza in aree suburbane (competizione per le risorse ), età (giovane), handicap intellettuale, inadeguate capacità sociali. I fattori sopra elencati contribuiscono allo sviluppo del comportamento delinquenziale handicappando il bambino rispetto ai coetanei in termini di abilità sociali e di auto realizzazione. Questa non competitività porta il giovane svantaggiato a creare gruppi alternativi di pari.
     Isolamento e devianza. La condizione di emarginazione, l’incapacità di rapportarsi adeguatamente agli altri portano al fallimento scolastico che susciterà a sua volta rifiuto nei compagni, indirizzando il bambino verso gruppi devianti che eserciteranno su di lui una forte attrazione (riconoscimento, rinforzo, supporto). Il giovane deviante trova il sostegno sociale nella gang; “un gruppo di individui che si associa, dandosi un’organizzazione interna che reclama un certo controllo su un territorio urbano, frequentemente impegnata in comportamenti illegali o antisociali”.
     Le situazioni che possono incentivare o predisporre la creazione di una gang sono due: la perdita della capacità di contenimento da parte della società e dell’autorità da parte della famiglia (incapaci di offrire opportunità e contenimento) per cui il giovane entra in un tunnel di alienazione, in cui non resta che da scegliere fra il vagabondaggio e la parziale sicurezza della gang che diventa una sorta di impresa familiare dalla quale il soggetto trae sostegno, protezione e sostentamento e nella quale persistono patterns aggressivi di scambio in quanto coercizione ed aggressività svolgono un ruolo chiave nell’organizzazione e direzione del gruppo in assenza di contenimento esterno.

     Variabili cliniche
     Le patologie più frequentemente associate sono: disturbi d’ansia, di somatizzazione, psicosessuali, correlati a sostanze, gioco d’azzardo patologico ed altri disturbi del controllo degli impulsi. Spesso inoltre questi soggetti soddisfano i criteri per altri disturbi di personalità, in particolare: borderline, narcisistico ed istrionico.

     Conclusioni
     Questa prospettiva ecologica (elementi socio-interazionali, caratteristiche del bambino, contesto) unita all’analisi di elementi quali etichettamento, fattori culturali e reazione sociale all’infrazione delle norme, a mio avviso, risultano essere una buona chiave di lettura per meglio comprendere l’insorgenza e il mantenimento del comportamento antisociale.

(a cura della dott.ssa Chiara Camerani, Presidente del Cepic)

 

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